I Vampiri nel Mondo Antico
Indice
Il vampiro nel mondo antico: Lamia, Empusa e Lilith
Introduzione
Chi erano i Vampiri nel Mondo Antico? Quando si pensa al vampiro, l’immaginario collettivo corre quasi automaticamente alla Transilvania, ai castelli carpatici, al conte Dracula di Bram Stoker o ai villaggi serbi del Settecento dove si consumarono i celebri casi di Arnold Paul e Petar Blagojević.
Eppure la figura del non-morto assetato di sangue, o più in generale del demone che si nutre della vitalità dei viventi, affonda le proprie radici in un passato molto più remoto, che risale addirittura alle prime civiltà del Vicino Oriente antico.
Prima ancora che il termine “vampiro” esistesse, il mondo mesopotamico, ebraico e greco-romano avevano già elaborato tutta una serie di figure demoniache dedite a succhiare il sangue, divorare la carne o rubare il respiro vitale dei propri simili.
Tra le più celebri e influenti di queste figure spiccano tre nomi che hanno attraversato i millenni fino a lasciare tracce ancora riconoscibili nella cultura contemporanea: Lamia, Empusa e Lilith.
Le origini mesopotamiche del mito
Per comprendere l’origine di queste figure occorre risalire fino alla Mesopotamia, culla delle prime civiltà umane, dove già in epoca sumera e babilonese circolavano racconti di demoni assetati di sangue. È in queste tradizioni antichissime che si trovano le radici più profonde della figura che sarebbe poi confluita, secoli dopo, in Lilith.
Nella mitologia sumera e babilonese esisteva infatti una classe di demoni notturni chiamati Lilitu, spiriti femminili associati al vento e alla notte, ai quali si attribuiva la capacità di insidiare gli uomini nel sonno e di minacciare in particolare le donne incinte e i neonati. Accanto a loro, ancora più antica, si colloca la temibile Lamashtu, una dea-demone dalla
testa leonina e dal corpo asinino, che secondo i testi religiosi babilonesi vegliava le donne durante il parto per rapire i neonati, berne il sangue e divorarne la carne.
Un’iscrizione rituale la descrive come una creatura che, ovunque compaia, porta con sé male e distruzione, colpendo uomini, animali, alberi, fiumi, strade ed edifici: un flagello capace di nuocere a ogni cosa che incontra sul proprio cammino.
Accanto a Lamashtu, le fonti mesopotamiche menzionano anche i Gallu, demoni strettamente legati alla sfera di Lilitu, descritti come spiriti che minacciano ogni abitazione, infuriandosi contro gli uomini, divorandone la carne e lasciando scorrere il sangue come pioggia, senza mai smettere di berne.
Questi antichissimi demoni mesopotamici, spesso invocati nei testi apotropaici incisi su amuleti destinati a proteggere case e famiglie, costituiscono il primo strato, per così dire, di quella lunga tradizione di creature succhiasangue che avrebbe attraversato culture e secoli fino a giungere, per vie diverse, sia nella demonologia ebraica sia nella mitologia greco-romana.
Lilith: dalla demonologia mesopotamica alla tradizione ebraica
Il nome più celebre tra quelli ereditati da questa antica tradizione mesopotamica è senza dubbio Lilith. Sinonimo e in parte erede diretta della Lilitu babilonese, Lilith entrò a far parte della demonologia ebraica come figura temuta e ambigua, spesso descritta come divoratrice del sangue di neonati e delle loro madri.
Nella tradizione popolare medievale, elaborata a partire da fonti più tarde come l’Alfabeto di Ben Sira, Lilith viene presentata come la prima moglie di Adamo, creata prima di Eva e poi ripudiata per essersi rifiutata di sottomettersi al marito: secondo il racconto, Lilith avrebbe abbandonato il Giardino dell’Eden per diventare regina dei demoni, dedicandosi da allora a insidiare, come le antiche striges greche, neonati e madri durante la notte.
Proprio per la severità della legge ebraica in materia di consumo di sangue, che ne vietava tassativamente l’assunzione in qualsiasi forma, la pratica attribuita a Lilith assumeva un carattere di empietà particolarmente grave agli occhi della tradizione religiosa. Per proteggere i propri figli dalle sue insidie, era usanza appendere amuleti alle culle dei neonati.
Una versione alternativa della leggenda, di derivazione più propriamente sumera, descrive Lilith come una fanciulla bellissima ma sterile, una sorta di cortigiana demoniaca che, una volta scelto un amante, non lo lasciava più andare. In entrambe le tradizioni, Lilith viene descritta come una figura antropomorfa dai piedi simili a zampe d’uccello, un demone del vento e della notte, predatrice sessuale che si nutriva del sangue dei neonati e delle loro madri.
Testi successivi, tra cui il celebre Sefer Hasidim, arricchiscono ulteriormente la figura di Lilith, presentandola come un essere capace di trasformarsi in lupo, di volare sciogliendo i propri lunghi capelli, e destinato a morire se privato troppo a lungo di sangue da bere: caratteristiche che anticipano in modo sorprendente molti dei tratti tipici del vampiro europeo moderno.
Nella tradizione cabbalistica successiva, Lilith conserva molti di questi attributi vampirici, sebbene in questa fase più tarda predomini un’azione di strangolamento più che di vero e proprio dissanguamento delle vittime.
Empusa: la figlia di Ecate dai piedi di bronzo
Se Lilith affonda le proprie radici nel mondo semitico e mesopotamico, Empusa appartiene invece pienamente alla tradizione greca. Figlia della dea Ecate, divinità della magia, degli incroci e del mondo notturno, Empusa viene descritta dalle fonti classiche come una creatura demoniaca dai piedi di bronzo, capace di assumere le sembianze di una giovane donna bellissima per sedurre gli uomini nel sonno e, dopo averli irretiti, cibarsi del loro sangue e della loro carne.
Il suo nome, secondo alcune interpretazioni etimologiche, sarebbe collegato all’idea dell'”unico piede”, forse in riferimento a un arto deforme che la creatura cercava di nascondere sotto le proprie mentite spoglie femminili, un dettaglio che ritorna in diverse fonti antiche relative a questa categoria di demoni.
Con il tempo, il termine “empusa” perse gradualmente il proprio carattere di nome proprio per diventare, nella lingua greca, una designazione generica utilizzata per indicare streghe e creature demoniache di questo tipo in senso più ampio: un processo di genericizzazione linguistica che avrebbe interessato, in modo del tutto analogo, anche il nome della sua parente più celebre, Lamia.
Lamia: la regina tradita che divenne un mostro
Nessuna figura del mondo antico incarna forse meglio, agli occhi dei lettori moderni, l’archetipo del “vampiro classico” quanto Lamia. Secondo il mito, tramandato da diverse fonti della mitologia greca, Lamia era figlia del re Belo e amante segreta di Zeus, dal quale ebbe diversi figli.
Quando la moglie di Zeus, la gelosissima Era, scoprì il tradimento, si vendicò uccidendo tutti i figli avuti da Lamia con il dio. Il dolore per questa perdita fece letteralmente impazzire Lamia, privandola per sempre della capacità di dormire e trasformandola in una creatura vendicativa e crudele, votata a perseguitare i bambini altrui nel cuore della notte, insinuandosi nelle loro camere da letto per succhiarne il sangue.
Il mito di Lamia ebbe una fortuna straordinaria nel mondo antico, al punto che, esattamente come accaduto per Empusa, il suo nome finì per diventare un termine generico, “lamiae”, utilizzato per indicare una vera e propria categoria di demoni notturni assetati di sangue infantile, non più un’unica figura mitologica ma un’intera classe di creature pericolose per neonati e bambini piccoli.
Va sottolineato come, a differenza dei vampiri della tradizione balcanica successiva, né Lamia né Empusa venissero considerate propriamente dei “non-morti”: si trattava di demoni a tutti gli effetti, creature di natura sovrannaturale fin dall’origine, e non di esseri umani deceduti e poi tornati in vita in forma corrotta.
È un dettaglio importante, che segna una differenza sostanziale rispetto al vampiro moderno, ma che non ha impedito agli studiosi di riconoscere in queste figure classiche dei precursori diretti dell’immaginario vampirico successivo.
I morti che bevono sangue: l’Odissea e l’Ade omerico
Un ulteriore, suggestivo antecedente della figura vampirica nel mondo antico si trova nell’Odissea di Omero, sebbene in questo caso non si tratti propriamente di demoni predatori quanto piuttosto di un’idea più generale sul rapporto tra sangue e mondo dei morti.
Nel celebre episodio della catabasi, quando Ulisse si reca nell’oltretomba per consultare l’indovino Tiresia, le anime dei defunti che popolano l’Ade vengono descritte come entità talmente prive di sostanza da non poter essere udite né comunicare con i vivi, a meno di bere sangue fresco. Per questo motivo Ulisse è costretto a sacrificare un montone e una pecora neri, in modo che le ombre dei morti possano abbeverarsi al sangue versato e riacquistare, sia pure temporaneamente, la capacità di parlare e di farsi riconoscere.
Sebbene lontano dall’immagine del vampiro predatore che si aggira di notte per le strade, questo episodio testimonia comunque quanto, già nella cultura greca arcaica, il sangue fosse concepito come l’elemento vitale per eccellenza, capace di restituire, sia pure per un istante, presenza e voce a chi ne era ormai privo.
Un filo che attraversa i secoli
Ciò che rende straordinariamente interessante lo studio di queste figure antiche non è soltanto il loro fascino intrinseco, ma la sorprendente continuità culturale che le collega, attraverso un percorso lungo più di due millenni, alle tradizioni vampiriche dell’Europa moderna.
Gli studiosi che si sono occupati della storia del folklore vampirico hanno più volte sottolineato come il nucleo concettuale del demone divoratore di bambini, fondamentale sia nella figura mesopotamica di Lamashtu sia in quella ebraica di Lilith sia in quella greco-romana di Lamia, Empusa e delle striges, sia rimasto sorprendentemente stabile nel tempo, riemergendo con caratteristiche molto simili in tradizioni successive apparentemente lontanissime, dalla demonologia bizantina, dove il demone Gello (o Gylo) riprende esplicitamente i tratti della Lamia classica, fino alle credenze popolari balcaniche e slave del tardo Medioevo e della prima età moderna.
Va inoltre osservato come queste figure antiche differiscano per alcuni aspetti fondamentali dal vampiro che siamo abituati a immaginare oggi. Lamia, Empusa e, nella sua forma più antica, la stessa Lilith non sono infatti cadaveri riesumati o corpi non decomposti, come accadrà invece per il vampiro balcanico del Settecento o per i revenant medievali inglesi: sono piuttosto entità demoniache a pieno titolo, dotate di un’esistenza sovrannaturale autonoma, che non hanno bisogno di essere mai state umane per poter nuocere ai vivi.
È solo con l’evoluzione successiva del mito, attraverso il progressivo intreccio tra credenze religiose, superstizioni popolari e osservazioni, per quanto errate, sulla decomposizione cadaverica, che la figura del demone divoratore di sangue si fonderà con quella, più propriamente folklorica, del morto che si rianima nella propria tomba, dando origine al vampiro così come lo conosciamo dalla letteratura e dal cinema moderni.
Conclusione
Ripercorrere le vicende di Lamia, Empusa e Lilith significa scoprire quanto profonde e antiche siano le radici di una delle paure più universali dell’umanità: quella di un’entità capace di insinuarsi nell’intimità della casa e del sonno per sottrarre agli esseri umani, in particolare ai più indifesi come i neonati, la sostanza stessa della vita.
Ben prima che la Serbia asburgica del Settecento consegnasse alla storia il nome di Arnold Paul, e ben prima che i cronisti inglesi del XII secolo raccontassero dei revenant che tormentavano i villaggi dello Yorkshire, il mondo antico aveva già elaborato, tra la Mesopotamia, la Palestina e la Grecia classica, un intero repertorio di figure demoniache assetate di sangue che avrebbero attraversato, trasformandosi di volta in volta, l’intera storia culturale dell’Occidente, fino a confluire in quell’immaginario vampirico che continua, ancora oggi, ad affascinare e a inquietare.
Link Esterni
Demonologia Mesopotamica
Lamashtu: Testi rituali babilonesi e iscrizioni apotropaiche – Archivio di Assiriologia
Lilitu e i demoni del vento – Enciclopedia delle Religioni del Vicino Oriente
I Gallu: spiriti predatori nella mitologia sumera – Wikipedia
Tradizione Ebraica e Cabalistica
Mitologia Greca
Roma Antica e Folklore Balcanico
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